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Frati benedettini in meditazione

Alessandro Magnasco
(1667-1749)
Frati benedettini in meditazione, 
1715
Olio su tela
cm. 59×49
expertise: Camillo Manzitti

provenienza: il dipinto è apparso all’asta della collezione dell’antiquario genovese Mariano Della Torre nel maggio 2015.

esposizioni: opera esposta in Uomini e Dei. Il Seicento genovese dei collezionisti, a cura di Anna Orlando, Genova, Palazzo della Meridiana, 18 febbraio 3 giugno 2016.

 

Con le parole di Anna Orlando: “la scena si svolge all’interno di una grotta i cui varchi aprono sul cielo dall’azzurro intenso: nota cromatica di grande effetto, oltre che a dare luminosità alla scena e a richiamare l’azzurro di un piccolo punto al centro della composizione, crea un gioco di equilibrio cromatico-luministico che si deve alla sapienza registica di un grande artista. Ogni pennellata, pur stesa con la massima immediatezza, con il risultato di un ductus corsivo fortemente espressionista, costituisce sagome che nel loro reciproco rapporto creano geometrie in movimento, suggestionanti anche dunque, all’interno di un contesto compositivo che è statico solo in apparenza. Lo “stare” di questi monaci in preghiera, la loro gestualità vagamente teatrale nell’esplicitare nel riguardante il loro essere in meditazione, crea un gioco di alternanze e rimandi visivi di grande intensità e quindi molto efficace.In alto a sinistra un grappolo di cherubini assiste (a capo di un volto ora edito), nel vagare di alcune nuvole di passaggio. Il motivo, più volte adottato dal Magnasco, è debitore del contatto con il pittore veneto Sebastiano Ricci, avvenuto a partire dal 1695, anno in cui i due artisti sono contemporaneamente a Milano, quando compaiono per la prima volta iscritti nei registri dell’Accademia di San Luca”.

 

Nella sua expertise del dipinto Camillo Manzitti segnala che questo “è certamente uno dei più tipici esemplari autografi, appartenenti a quel ciclo delle cosiddette fraterie che rappresenta il filone figurativo più frequentato dal geniale pittore genovese”. Ancora Manzitti rileva che l’opera “evidenzia il grande virtuosismo pittorico raggiunto dall’artista negli anni intorno al 1715, quando la sua pennellata si fa guizzante e rapidissima nel costruire le forme con grande sintesi pittorica, applicando il colore con tocchi franchi e corposi sulle sole parti più espressive delle figure esaltate sulla preparazione brina del fondo. Lascito irrisolto nella funzione di completarne il tratto somatico, nonché a costituire le ombre che imprimono alla composizione ritmo e vivacità”. Tali caratteri stilistici consentono anche il paragone frontale con le altre opere del Magnasco, tra cui le due tele appartenenti al Rijksmuseum di Amsterdam, il pittore espresse analoghi risultati nel gruppo di frati nelle loro espressioni di devozione. Come in quei noti esemplari, Manzitti osserva anche qui una generale intonazione quasi monocroma; nel dipinto è interrotta dalla luce che filtra dal piccolo varco nella roccia lasciando intravedere l’azzurro del cielo, unica nota di colore a rallegrarne il profondo momento morale della meditazione e della preghiera”.